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Intervista di Pablo Alborán per "El Mundo, Yo Dona".

Edizione - 8 novembre 2014.

 

Pablo Alborán, cantante, questa meteora è una di quelle che sanno viaggiare; però è venuta per restare.

A 25 anni ha già 26 dischi di platino e un curriculum da capogiro.

Le folle lo acclamano mentre lui si ostina a rimanere attaccato al buon senso, a conservare le abitudini e a non perdere la testa.

"Terral" è il quarto album della sua carriera. Un altro missile.


1. Hai un cognome doppio però lo hai semplificato; per umiltà o per ribellione?

L'ho accorciato solo per poesia.
2. Sei nato il 31 maggio, per un po' fuori dal mese, ti piace vivere al limite?

Non lo credere; però il mio lavoro mi obbliga a correre da tutte le parti con molta pressione.
3. Non smetti di accumulare dischi di platino, si tratta di cantare o di battere un record?

Di toccare il ferro. Che questa cosa non si fermi. Non si tratta di superare limiti, ma di superare se stessi.
4. Un mese prima dell'uscita di "Terral", il videoclip promozionale aveva già superato tre milioni di visualizzazioni.

È difficile restare con i piedi per terra?

No, essere il centro dell'attenzione non dà poteri artificiali. La mia vita personale è molto normale, ho gusti molto semplici.

La fama è una conseguenza, non un obiettivo.
5. Componi al piano, alla chitarra e ammiri Ludovico Einaudi, c'è qualcosa che lo ricorda in "Terral"?

Molto, mi ha ispirato al momento di suonare il pianoforte e di trovare armonie. E in questo disco le mie influenze sono più marcate che nei precedenti.
6. Da bambino già componevi. Giocavi, però non te la giocavi.

A 12 anni non ero consapevole di comporre, facevo quello che volevo come uno che gioca, senza cercare nulla. Adesso ho la stessa sensazione, l'industria non ha perturbato il piacere dell'infanzia né il mio obiettivo, che è il divertimento.
7. "Mostra le tue ferite, così le curerai, che sappia il mondo intero" c'è qualcosa che che fa soffrire Pablo Alborán. Cos'è che ti fa soffrire?

Le stesse cose che fanno soffrire a qualsiasi altro essere umano che ha due occhi e si rende conto di quello che sta succedendo. Mi fa male quello che vedo per strada, quanto soffre la gente di questo paese. Mi sfogo con la musica.
8. Quando è stata l'ultima volta che sei andato in metropolitana?

Un bel po' di tempo fa. Ma in autobus non è tanto che non ci vado.
9. La fama implica una certa responsabilità, non ti toglie il sonno?

Ci sono molte cose che non mi fanno dormire, anche se non mi credo un punto di riferimento per niente. Se la mia musica piace, stupendo; però in veste di essere umano commetto errori come tutti. Non sono né un re, né un politico, né un pensatore che indica la strada da percorrere. Mi preoccupa sbagliare e ingannare.
10. Una domanda idiota: come si chiama il tuo angelo custode?

Wow! Te ne dirò due: Simone e Fernando, uno di loro non c'è più; l'altro mi aiuta e mi protegge ogni giorno.

 

Traduzione di Ioana Colcer Pellizzari per Pablo Alborán Italia

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