
E SE FACESSIMO UN PICCOLO PASSO INDIETRO IMPOSTANDO LE LANCETTE DELL'OROLOGIO A CIRCA UN ANNO FA, COSA INCONTRIAMO?
UN GIOVANE ARTISTA DI ORIGINE ANDALUSA CHE POSA PER UNA CELEBRE FIRMA ITALIANA E CI RACCONTA IL LUNGO PERCORSO CHE LO HA PORTATO AL SUCCESSO. IL NOSTRO GIOVANE CANTAUTORE DOPO L'USCITA DI #TERRAL HA PERSO LA FRESCHEZZA E LA PUREZZA CHE LO CARATTERIZZAVANO AI TEMPI, NON MOLTO LONTANI, DI #TANTO ?
BUONA LETTURA.... VEDRETE CHE TROVERETE IMMEDIATAMENTE UNA RISPOSTA !
Pablo Alborán: "Il meglio della vita: non si paga con la carta di credito".
Lo dice, all'apice del successo, un uomo GQ amante del lusso semplice.
Non lo sottovalutiamo, c’è ancora molto da scoprire su Pablo Alborán.
L’autore di ‘Tanto’ (EMI Music) indossa camicia di Antoni Morato e orologio G-Timeless di Gucci.
Pablo Alborán (Malaga, 1989) ha qualcosa di speciale: la sua musica, romantica e dolce – appena due album in studio e uno dal vivo che hanno conquistato 21 dischi di platino e 75 settimane al 1° posto – si distingue felicemente dal nostro ideale di “artista di tendenza”. Elegante per la sua semplicità e nemico degli artifici, ci incontriamo con lui a Las Vegas durante i “Latin Grammy”, nella suite Gucci Timepieces & Jewelry dove la firma italiana gli ha regalato un orologio per i suoi successi.
Niente di meglio che incontrarsi lontani da casa (a 8.999 km) per parlare con una certa prospettiva su tante cose, come tutto quello che è successo nella sua vita in appena tre anni, quando era un perfetto conosciuto. “Sono uguale. Spero di essere migliorato, ma non so se sono cambiato. Non ho perso speranze e illusioni e i miei vizi continuano a essere gli stessi, e non riguardano cose materiali che si comprano con i soldi.”
GQ: Intorno a Pablo Alborán stanno succedendo un’infinità di cose, nella maggior parte belle. Come eri appena tre anni fa? Che cosa è cambiato?
Pablo Alborán: Uguale, completamente uguale a ora. Spero, almeno, di essere migliorato in qualcosa. Ma cambiare, non sono cambiato in niente. Le mie abitudini continuano a essere le stesse. È certo che in questo lavoro, spostarsi tutto il giorno da un posto all'altro, può condizionarti in certe occasioni. Ma, senti, ben venga.
GQ: Ti mancano quei giorni in cui sognavi quello che poteva succedere, in cui immaginavi il meglio che volevi ti accadesse?
P. A.: Credo che continuo a essere pieno di speranze e aspettative. Le mie speranze continuano a essere le stesse e spero di non perderle mai. Sono cosciente che viviamo in un paese in cui l’incertezza quotidiana ci contagia tutti, e per questo mi sento doppiamente fortunato. Sono un privilegiato che sa ringraziare per tutto quello che sta succedendo. Accada quel che accada, le speranze bisogna mantenerle vive fino all'ultimo minuto.
GQ: Il tuo attuale momento di gloria comincia esattamente il giorno in cui, stufo di aspettare che quella che oggi è la tua casa discografica pubblicasse le tue canzoni, vai e carichi i tuoi video su internet. E’ chiaro che sei uno di quelli che pensa che la fortuna bisogna uscire fuori a cercarla, no?
P. A.: Tutto è andato esattamente così. Manuel Illán (creatore della mitica band "Esclarecidos" e produttore, consigliere e amico di Pablo) ed io avevamo il disco pronto ed eravamo lì concentrati a convincere la casa discografica a pubblicare il disco. Ma niente, se ne uscivano sempre con un rinvio: a luglio, bhè no….a settembre, bhè no….a febbraio, bhè no….fino a quando ci siamo stancati. Non potevamo continuare così. Avevo i video e decisi di metterli su You Tube: è così facile. Lo feci, più che altro per la mia famiglia, per i miei amici, perché fossero tranquilli e vedessero che stavo facendo qualcosa, che lavoravo. Misi i video e tutto andò fuori controllo. (Ride). Il primo a essere sorpreso sono stato proprio io, credimi.
GQ: Quante canzoni avevi postato?
P. A.: Tre o quattro….:’Solamente tú', 'Miedo', 'Desencuentro' e un’altra che ora non ricordo.
GQ: Com’è stato in quei giorni, quando hai acceso e vedendo il computer hai detto: "Caspita! Questa cosa sta andando fuori mano!"
P. A.: Il primo momento d’impatto fu quando, in poco tempo, qualche ora, tutti i miei amici avevano postato nel loro profilo Facebook i miei video e i loro amici stavano cominciando a condividerli e così via…Fu una cosa sconvolgente e automatica. Pensai: caspita, è una cosa veramente strana, che tutto si sia moltiplicato in breve tempo…e quindi cominci a renderti conto di quanti sono i contatti e ti esalti. Io e Manuel eravamo allucinati. La casa discografica smise di dubitare…(Ride). Immagino che in quel momento si resero conto di quanto valeva il “noioso” Pablo Alborán e di quanto valeva la pena. (Ride).
GQ: Hai dovuto vendere l’anima al diavolo? Hai perso la tua libertà?
P. A.: Assolutamente no. Prima di tutto, noi non apparteniamo a EMI, siamo associati con loro attraverso Trimeca, nostro produttore; compongo, scrivo le canzoni e Manuel dirige. Lavoriamo così e stiamo ottenendo l’impossibile: essere uno. Non è bello dirlo ma nella mia breve carriera ho avuto il tempo di constatare che ci sono persone con le quali non si può lavorare, con la quali non si va da nessuna parte. Per me Manuel è come un guru, la mia guida, la persona che mi ha scoperto.
GQ: Come vi siete conosciuti?
P. A.: E’ stato curioso; da una parte, Manuel ha conosciuto mio padre che gli ha detto la tipica frase: “Ho un figlio che compone e canta in maniera meravigliosa, te lo devo presentare”, e dall’altra parte, Domi del Postigo, che è un amico giornalista della televisione di Malaga, me lo presentò direttamente. Fino a quando un giorno ci incontrammo tutti faccia a faccia nello stesso posto. Il destino aveva deciso così.
GQ: Qualche volta, in questi tre anni, hai avuto la sensazione di perdere il contatto con la realtà?
P. A.: Ho avuto momenti difficili, faticosi, ma non ho perso il contatto con la realtà. Non è bello che lo dica – parlare di se stessi è sempre orribile – ma ti assicuro che le mie priorità non sono cambiate, le mie necessità e i miei vizi sono sempre gli stessi e non riguardano cose materiali che si comprano con i soldi.
GQ: Che vizi sono?
P. A.: Vizi semplici, normalissimi, stare con la mia famiglia, essere tranquillo…Ti assicuro che non m’importa di sembrare un vecchio prematuro; a 23 anni dovrei uscire a tutte le ore e fare un sacco di cose…ma no, io mi diverto in altre maniere. La cosa che hanno fatto le fatiche affrontate è stata avvicinarmi più che mai alla mia famiglia e ai miei.
GQ: Dove è casa tua, Malaga o Madrid?
P. A.: Vivo nell'aria…e quando atterro, finisco in un hotel a Madrid. Ho una casa a Malaga ma il mio sogno è andarmene in campagna. Non so perché e per come, ma si è risvegliata in me la voglia di andare in campagna per incontrare pace e tranquillità.
GQ: Sei un compositore che scrive molto e molto sicuro di te. Come convivi con il tuo dono?
P. A.: Comporre è qualcosa di molto personale, qualcosa di cui ho sempre avuto bisogno, da quando ho l’uso della ragione. Se sono stato male, la musica è stata la mia salvezza, la mia terapia. Però anche quando sto bene, desidero comporre e gridarlo ai quattro venti.
GQ: Tre dischi in poco più di due mesi sono molti ?
P. A.: Può essere, ma compongo tantissimo. Sono come malato..…(Ride). E’ vero che lo sono. Nello stesso modo da qualche anno sono ispirato, al momento la cosa funziona. Compongo costantemente perché costantemente ricevo stimoli, credo che sia per questo. Per esempio “Tanto”, il disco nuovo, non era giusto tenerlo nascosto per due anni, al meno non per me; questo disco parla del mio presente, di adesso. Non volevo pubblicarlo dopo.
GQ: Dove componi?
P. A.: In aereo, dopo un’intervista, dopo un concerto…
GQ: E, per esempio, creare il panico per tutte quelle ore in piazza Callao a Madrid durante la firma del disco? Non ti fa paura?
P. A.: Sí, è vero. Il tutto è stato una cosa da matti. Ce ne siamo dovuti andare lasciando la gente che stava ancora facendo la coda. Ho firmato più di 2.000 dischi… un’autentica pazzia di 8 ore a Madrid e 9 ore e mezzo a Malaga! A Madrid siamo dovuti andare via perché si sono verificati problemi di sicurezza; si sono dovuti presentare quattro furgoni della Polizia.
GQ: Musicalmente, chi ammira Pablo Alborán?
P. A.: Molta gente, anche se non sono un fan, ciò che si dice fan. Il mio primo concerto fu uno di Dulce Pontes; io ero nella prima fila e lei mi fece l’occhiolino; e…. è stata un'esperienza incredibile! L'ho considerato una specie di segnale e ho scoperto quello che si sente ad ammirare un artista. Alle mie fan chiedo sempre di non idealizzarmi perché sono il più normale del mondo. Chi ammiro? Michael Jackson, Paco de Lucía, Vicente Amigo… sono cresciuto con loro.
GQ: Aiutami a definire quale è esattamente il tuo stile…
P. A.: Il mio stile è essere me stesso e sinceramente non so abbastanza bene in che consiste. Ricevo tantissime influenze e non appartengo a nessuna in esclusiva…. fado, tango, flamenco, musica etnica….suppongo che saprò chi sono quando avrò più di 50 anni.
Dopo il nostro incontro a Las Vegas, nella lussuosa suite dell’Hotel Mandalay Bay – riservata per l’occasione a Gucci – giusto alcune ore dopo la sua partecipazione alla 13° consegna dei Latin Grammy, il nostro protagonista ha continuato a ottenere titoli stratosferici del tipo: “Pablo riceve quattro dischi di Platino ed è il n. 1 per sei settimane consecutive con il suo nuovo album Tanto o “Pablo 1, 2 e 3: Alborán diretto al n. 1 mentre i suoi album precedenti occupano il 2° e il 3° posto della lista delle vendite”. Dopo tutto questo ….. “Chi dice che un uomo GQ non puo’ essere un uomo dalle “supervendite"?
*Articolo originariamente pubblicato nel numero 185 di GQ.
Articolo tradotto da Giulia Dodoli Cianti per Pablo Alborán Italia.
Introduzione e presentazione di Veronica Tartabini.


Alborán posa per Gucci
PABLO E LE FIRME ITALIANE